DL Caivano? L’emergenza vera è l’educazione scomparsa

11 settembre 2023

di Alessandro Liburdi

Il solito spettacolino per i media e per i creduloni da tastiera: il circo mediatico attivato intorno al terribile stupro delle due cuginette tredicenni di Caivano ha riproposto il solito divario fra apparenza e realtà di cui, cronicamente, il nostro Paese risulta malato.

Da una parte infatti c’è stata la narrazione spettacolarizzante della quotidianità del Parco Verde di Caivano, a detta di molti la piazza di spaccio più grande d’Europa; un territorio reso ancor più complicato dalla vicinanza con la Terra dei Fuochi e dalla presenza di una cultura camorristica ben radicata, segno ulteriore di uno Stato pressoché latitante, nonostante gli esempi di resistenza di antichi eroi civili come don Maurizio Patriciello. Ed è di poche ore fa la notizia di nuovi spari in strada, denunciati dal prete su Facebook: https://www.ansa.it/campania/notizie/2023/09/11/don-patriciello-spari-allimpazzata-in-strada-a-caivano_f8b0f8c8-da62-4ff9-83be-34ec0860b6cd.html. Colpi fatti per marcare il territorio, come cani che si dedicano a una pericolosa minzione.

Dall’altra parte rimane invece il dietro le quinte, il cono d’ombra che nessun cronista, inviato o troupe televisiva è riuscito a inquadrare come si deve. Il Parco Verde di Caivano rimane infatti la punta dell’iceberg di un problema enorme e colossale che questo Paese ha con la sua natura: un problema di ghettizzazione, di segregazione periferica, di polvere sotto al tappeto che cela una mentalità mafiosa. È quella che altrove è stata chiamata «la saturazione mediatica, la mostrificazione degli assassini (...)»[1]. A farne le spese, in un mondo sempre più narrato come una Gomorra e non indagato nei meccanismi sociali e antropologici, sono le vittime più inconsapevoli: i giovani, o meglio tutta la generazione che va dai bambini fino ai venti-venticinquenni.

Immagine - DL Caivano? L’emergenza vera è l’educazione scomparsa

Nei giorni delle passerelle di Caivano, la stessa president(a) Meloni ha trovato la nuova panacea, promettendo fra le altre cose uno Stato più presente non solo in senso poliziesco (le spettacolari operazioni antidroga di questi giorni strillate a gran voce su tutti i tg sono una bella trovata commerciale, non c’è che dire!) ma anche in senso strutturale: scuole aperte oltre l’orario di chiusura, rafforzamento del numero di docenti e Ata, maggiori gratificazioni a livello economico per chi lavora nelle scuole di periferia... Tutte cose sacrosante, bontadiddio, ma stra-abusate dalla primo ministro e dai suoi predecessori nel corso di tutta la storia repubblicana. Perché, diciamocelo francamente, l’emergenza baby-gang, i casi di stupro, le violenze di branco non sono mica una storia contemporanea?! Nossignori. Certe dinamiche sociali sono endemiche, strutturali – sono in pratica da sempre esistite; di sicuro qualcuno ci ha buttato l’occhio prima di noi e le ha ben descritte in modo forte e provocatorio, suggerendo oltre alla “isolazione” del problema anche una possibile soluzione. E qualcuno in Italia è stato un maestro, dotato di una grazia così illuminante da rimetterci con la pelle, morendo di una morte tanto violenta quanto – ancora - oscura. Parlo, ça va sans dire, di Pier Paolo Pasolini. Sentite cosa scriveva il nostro corsaro ormai cinquant’anni fa:

«I vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi: sono, evidentemente, casi estremi di un modo di essere criminale diffuso e profondo: di massa.»[2]

Pasolini ha scovato quella che è la matrice del problema, e su di essa ha tante volte insistito, parlandone come un problema di civiltà, non legato a questa o a quella città ma a una situazione nazionale:

«una "seconda" rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la "prima": il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo "reale", trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c'è più scelta possibile tra male e bene. Donde l'ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall'assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c'è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c'è stata: la scelta dell'impietrimento, della mancanza di ogni pietà.»

Eccola, l’origine del male: la pietas che non c’è più. La vera emergenza – semmai di emergenza si tratta – è che i giovani non sono più educati all’immedesimazione, al senso dell’altro, alla significazione di sé in mezzo a milioni di altri sé. Verrebbe in mente L’ospite inquietante di Galimberti, che pure su questo tema si è speso e continua a spendersi, insieme ad altri saggisti della psiche come Crepet e Recalcati.

Va più oltre, PPP: immagina la doppia abolizione della scuola dell’obbligo – La scuola d'obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche, anche nei casi migliori – e della televisione. Vale la pena soffermarsi su quest’ultimo punto:

Quanto alla televisione non voglio spendere ulteriori parole: cioè che ho detto a proposito della scuola d'obbligo va moltiplicato all'infinito, dato che si tratta non di un insegnamento, ma di un "esempio": i "modelli" cioè, attraverso la televisione, non vengono parlati, ma rappresentati. E se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? È stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l'era della pietà, e iniziato l'era dell'edonè. Era in cui dei giovani insieme presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell'irraggiungibilità dei modelli proposti loro dalla scuola e dalla televisione, tendono inarrestabilmente ad essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino alla infelicità (che non è una colpa minore).

Ora si sa che abolire la scuola e la televisione risulti pressoché impossibile, anche se... Anche se, a pensarci bene, qualcuno la scuola sta facendo di tutto per smantellarla pezzo dopo pezzo, pagina dopo pagina, livellando gli apprendimenti al ribasso e imponendo il modello della promozione garantita a tutti per far sì che vengano fabbricati i futuri analfabeti funzionali col diploma in saccoccia e la sabbia nel cervello. La stessa televisione, poi, sta lasciando sempre più il posto al mondo etereo e liquido di Internet, delle maratone di serie, alla tv on demand, alla smart tv, quindi a una disponibilità pressoché infinita che dà, a ogni fruitore, un sentore che sfiora l’onnipotenza.

Perciò, visto che è altamente improbabile che scuola dell’obbligo e televisione possano scomparire dall’orizzonte, magari bisognerebbe ricominciare altrove. Ad esempio, con una nuova cultura dell’educazione: con il ripristino dell’ascolto attivo già in famiglia, con il tempo dell’incontro fra grandi e piccoli, con un dialogo finalmente intergenerazionale e transgenerazionale. I ragazzi finiscono per diventare delinquenti perché vengono lasciati al loro stadio primordiale, non hanno freni inibitori e nei casi peggiori restano regrediti al loro stadio di bestie da branco o di manovalanza per la criminalità. Finiscono criminali perché non hanno un’alternativa all’essere criminali, e non ce l’hanno già a partire dalla famiglia.

Smettiamola con la criminalizzazione assoluta della scuola, che in alcuni contesti è l’ultimo baluardo di uno Stato praticamente assente: ci sono docenti e dirigenti scolastici di periferia, al Nord come al Sud, che (r)esistono nel loro lavoro con vocazione quasi missionaria (passate da qui, dalla DS del Liceo Morano di Caivano, Eugenia Carfora:
https://www.youtube.com/watch?v=YkJEjuRzhAw. Facciamo in modo che innanzitutto le famiglie tornino a essere nuclei di solidi legami, luoghi in cui coltivare affetti, e non celle i cui membri restano scollegati fra loro, a capo chino sul loro cellulare mentre a tavola la pasta si fredda in silenzio. Ricominciamo da lì, e poi il resto si costruirà. Urge un cambio di mentalità serio, e radicale. E di questo non ci sarà di certo traccia in un DL o in un DPCM. Perché i cambi di mentalità richiedono prospettive e sacrificio. Chi, in questo Paese, si sente ancora di farlo?

_____________________________________________________________________________

[1] CHRISTIAN RAIMO, Come si racconta un massacro, «Il Tascabile», 7 settembre 2023. Articolo qui: https://www.iltascabile.com/linguaggi/come-si-racconta-un-massacro/

[2] Questa e la citazione che seguono sono da PIER PAOLO PASOLINI, Aboliamo la tv e la scuola dell’obbligo, «Il Corriere della Sera», 18 ottobre 1975. Articolo completo qui: https://www.cittapasolini.com/post/pier-paolo-pasolini-aboliamo-la-tv-e-la-scuola-dell-obbligo-1975