La tragedia dei beni comuni tra provatizzazione e sfruttamento: l'esigenza di un diritto ecologico

11 agosto 2023

di Laura Liburdi

Il malcontento dei cittadini ceccanesi relativo alla mancata erogazione di acqua da parte del gestore ACEA ATO 5, unito al silenzio e all’inerzia degli amministratori, riaccende i riflettori su quello che è, a tutti gli effetti, un problema sociale, ambientale e politico di gran lunga più complesso che, a livello globale, attanaglia i cosiddetti “commons”, ovvero  i “beni comuni”. Ma cosa si intende davvero con tale espressione?  Che si tratti di zone di pascolo o di pesca, di boschi e foreste o di acqua, tutto ciò che è strumentalmente connesso al soddisfacimento dei bisogni umani necessita di essere considerato come un “bene comune”. Ma a chi spetta la gestione di tali beni e, soprattutto, l’attuale conduzione privata di questi può essere considerata davvero idonea a preservare e proteggere risorse tanto fondamentali all’essere umano e alla sua sopravvivenza?

La storia della privatizzazione dei beni comuni è una storia antica che affonda le proprie radici nell’Inghilterra nel XV secolo e nella pratica dell’ enclosures, ovvero le prime forme di recinzione di spazi comuni che segnarono la fine del sistema degli open field ( campi aperti) e della loro gestione comunitaria, decretando l’inizio di una nuova epoca economica all’insegna dell’utilizzo privato, individuale ed esclusivo di tali beni. Le zone boschive, i pascoli ed i campi un tempo prestati all’utilizzo generale, attento e partecipato della collettività, furono interclusi per volontà dei grandi proprietari terrieri, che iniziarono a vedere tali risorse come merce di scambio, materie prime da trasformare e mercificare dietro guadagno di capitale. Quell’intelligenza e sensibilità ecologica che portò le comunità di allevatori e contadini ad un uso ragionato, sostenibile, rispettoso e non intensivo delle risorse naturali, fu letteralmente spazzata via dalle logiche individualiste della proprietà privata che, affiancandosi a quella pubblica, diede vita a ciò che Ugo Mattei definisce come una “tenaglia ai danni del comune”[1].

Ma la storia dei beni comuni strozzati da questa tenaglia - rappresentata dal binomio proprietà pubblica/proprietà privata -  è una storia tragicamente moderna e attuale, in cui lo spirito egoistico e speculativo dei grandi proprietari terrieri, che segnarono l’inizio della recinzione dei beni comuni in fase medioevale, torna a rivivere nelle corporation, nei grandi colossi della privatizzazione che, con la connivenza ed il bene stare del potere pubblico, continuano a svilire le risorse naturali declassandole all’ignobile ruolo di merce di scambio, prodotto industriale da sfruttare e barattare sul mercato dietro pagamento di tariffe.

Immagine - La tragedia dei beni comuni tra provatizzazione e sfruttamento: l'esigenza di un diritto ecologico

E di questo sistema distorto e malato, in cui la logica dell’ “avere” sostituisce quella dell’ “essere”, la questione della mercificazione dell’ acqua ne è un triste e drammatico esempio. 

Con il referendum del 12 e 13 giugno del 2011 ben 26 milioni di italiani manifestarono la volontà di sottrarre il bene comune dell’acqua alle logiche speculative delle società private, attraverso l’abrogazione parziale della norma che autorizzava i gestori a determinare le tariffe includendo, in tale importo, anche la remunerazione del capitale investito.
⁠Ma l’esito di quel referendum, a distanza di ben 12 anni, non solo è rimasto inattuato, ma la volontà popolare (sovrana solo su carta) è stata per giunta tradita, come pietosamente dimostrato dalla condotta dei gestori privati che perseverano nel disservizio a danno dei cittadini, a fronte di tariffe che non accennano a diminuire, ma che anzi continuano a lievitare in modo del tutto ingiustificato.
⁠Infrastrutture idriche inadeguate, perdite di rete di distribuzione (i dati Istat hanno stimato solo nel 2020 una perdita pari a 3,4 miliardi di metri cubi, il 42,2% dell'acqua immessa in rete) investimenti scarsi, assenza di manutenzione,  pessima  qualità dell’acqua erogata o, addirittura (e i ceccanesi ne sanno qualcosa) assenza della stessa e distacchi dei contatori sono solo alcuni esempi di come la promessa “dell’acqua senza profitto” sia rimasta  palesemente disattesa.

Ma, al netto delle soluzioni legislative e politiche che solo lo Stato è chiamato a fornire nell’immediato, come possiamo noi comuni cittadini adoperarci per la tutela dei beni comuni? Come possiamo preservare quelle risorse, come l’acqua, tanto necessarie alla vita umana quanto precarie? Quali strategie possono essere adottate nel lungo periodo per fronteggiare la penuria di risorse in cui rischiamo di incorrere a causa di uno sfruttamento intensivo delle stesse?

E cosa possono fare politica e cittadini per scardinare l’anti-ecologico e anti-comunitario sistema della privatizzazione dei beni comuni? Forse la risposta va ricercata nel binomio “ecologia-diritto”, ovvero in un sistema in cui le norme sono costruite e promulgate a sostegno dell’ecologia e dell’ambiente, e in cui gli stessi cittadini sono chiamati a partecipare responsabilmente ad una gestioneragionata e capace delle risorse comuni. 

Un sistema giuridico che metta al primo posto il diritto universale e gratuito dei singoli all’uso dei bene collettivi, che consenta ai cittadini di fruire di beni essenziali, come l’acqua, senza il pagamento di tariffe che, specie in questi tempi, costituiscono un ulteriore aggravio per le finanze familiari. Perché
quel che è certo è che un sistema  come quello attuale, che autorizza l’erogazione di un bene essenziale come l’acqua dietro pagamento di un prezzo al gestore è tutto fuorché ecologico, evoluto e rispettoso della dignità umana.

Per uscire da questo nuovo Medioevo, per  rompere davvero le catene della proprietà privata e delle enclosures in difesa di un nuovo modello di proprietà collettiva, noi cittadini siamo chiamati a riappropriarci dell’antico ruolo di gestori delle risorse naturali di cui siamo stati violentemente spogliati dai proprietari terrieri ieri, e dai colossi della privatizzazione oggi. Come sostenuto dal premio Nobel Ostrom, la soluzione alla tragedia dei beni comuni va ricercata nella proprietà collettiva, da intendersi come valida alternativa al binomio proprietà pubblica/privata. Un autogoverno dei  beni comuni in cui la gestione, distribuzione e tutela delle risorse naturali risulti affidata alla comunità di cittadini e alla capacità collettiva di preservare e valorizzare i beni comuni nell’interesse dell’intero tessuto sociale.

Ora più che mai la politica è chiamata ad intercettare il malcontento popolare, a trasformare in riscatto e consapevolezza l’ evidente disagio dei cittadini dovuto al limitato accesso alle risorse per instillare nella comunità la volontà di tornare a gestire collettivamente i beni comuni, educando all’ ecologica il cittadino, sia come singolo e come membro della società. 

Rinviando ad una più ampia trattazione il tema dell’ autogoverno dei beni comuni nelle teorie della Ostrom, preme concludere questa narrativa ricordando le parole scritte da Tommaso Moro nella sua “Utopia” : “Egli, uomo sapiente, capiva chiaramente che l’equa distribuzione dei beni è la condizione sine qua non perché un paese sia ben governato, ed è evidente che ciò non si può realizzare in uno stato in cui i beni sono di proprietà di singole persone”. 

Se la soluzione è nella proprietà comune occorre, già da ora, tracciare la rotta da seguire.

[Continua….]

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[1] Ugo Mattei, “Beni Comuni. Un manifesto”, 2011