Nove cose che (non) ci dovrebbe insegnare l’affaire Vannacci

30 agosto 2023

di Alessandro Liburdi

Se n'è fatto un gran parlare; è stato, ed è, il caso dell'estate, una delle notizie da ombrellone da portare al chioschetto dei gelati o in fila alla posta, con la scusa di attaccare bottone; ha creato “talmente tanto” imbarazzo perfino nel governo che qualcuno, ai piani altissimi, si è sganciato frettolosamente prendendo subito le distanze mentre qualcun altro ha preferito tacere, scegliendo come al solito la strada del comodo silenzio per evitare magari una pezza peggiore del buco.

Di sicuro, la querelle nata attorno al libro del generale Roberto Vannacci, Il mondo al contrario, lascia sul terreno diverse considerazioni a posteriori. Innanzitutto perché riscoperchia il problema, ormai atavico, del diritto d’opinione: questione quanto mai controversa, specie in un’epoca come la nostra in cui ormai anche gli acari della polvere istituiscono sindacati per rivendicare il loro diritto all’esistenza, e all’insolenza.

Sia chiaro, non si parlerà qui del Vannacci in sé (di per sé folcloristico, come altri generali giunti a deliziarci con le loro perle) né del Vannacci in me (perché, ammettiamolo pure, il rischio di scivolare nel forcaiolo è sempre dietro l'angolo anche per il filantropo più tranquillo del mondo): vorrei parlare piuttosto delle conseguenze del Vannacci-pensiero in questa torbida estate italiana, come al solito pecoreccia e decadente:

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  1. Il gran polverone sollevato dalle opinioni del Nostro gli ha fatto di sicuro una gran pubblicità: se non fosse intervenuta la politica, e se i media asserviti non c’avessero messo il solito carico da novanta, cavalcando l’onda dell’indignazione popolare a orologeria, il libro del Vannacci sarebbe finito presto nel dimenticatoio delle vetrine affollate di qualsiasi libreria italiana, messo là fra la bio dell'ultima soubrette e il recentissimo Strega. E invece, in un'epoca in cui la narrazione mediatica deve per forza inseguire chi la fa fuori dal vaso, ecco che il nostro si è ritrovato scaraventato fra le luci della ribalta, prendendosi i plausi manco troppo velati dei suoi simpatizzanti, in primis di quelli che prima non sapevano neppure cosa fosse l’IGM, da lui stesso diretto per due mesi appena, e che ora lo santificano come loro nuovo paladino (o crociato, s'il vous plaît). Perché, se c’è una cosa in cui l’Italia è campionessa, è questa...
  2. ... Su ogni questione più o meno rilevante, dal numero 10 della Nazionale da schierare in campo al duello pasta-pizza, dalle elezioni comunali del proprio borgo all’abbattimento di mamma-orsa, il Paese trova sempre una nuova scusa per dividersi in guelfi e ghibellini, in pro e contro, in pollice recto Vs. pollice verso, in Noi contro loro: ogni volta che c'è "la polemichetta sul nuovo singolo" (Lo Stato Sociale), subito rispunta fuori quella strana mania tutta italiana di manifestare la propria opinione, farla pubblica, prendendo le simpatie e le difese di Tizio e dando addosso a Caio armati di coltello. È dal Medioevo che ci si divide in partigiani dell’uno e dell’altro schieramento: e ora che c’è capitato Vannacci il giochino si è ripetuto, per fortuna senza coltellate ma con stilettate al tocco di tastiera che non fanno onore a nessuno dei contendenti.
  3. Da una parte infatti ci sono loro, i celoduristi col tricolore tatuato in petto, diventati all’improvviso tutori di ogni costituzionalità, di quell’articolo 21 da loro così lungamente affossato e vilipeso: ora il «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» è il più sacro e inviolabile dei diritti. Curioso, che a dirlo siano i Giordano, i Senaldi e gli altri moschettieri del pensiero nazional-cattolico, così poco pluralisti e misericordiosi quando a dire la loro sono attivisti per l’ambiente o per i diritti umani, gestori di cooperative che lavorano per gli immigrati o lavoratori salariati a nero (o, peggio ancora: negri di pelle!) che chiedono dignità contro i loro caporali senza scrupolo.
  4. Dall’altra parte ci sono gli indignati per finta, i retori dei diritti in cartapesta che, appena sentita puzza di complotto, si ergono a difensori della moralità, della tutela pubblica, salvo poi vedere che, sotto la maglia di Emergency e le altre cianfrusaglie aristochic, si nascondono solamente frotte di borghesi che vogliono continuare a fare la loro vita di prima, che è fatta dalle stesse vacanze e gli stessi aperitivi di queglialtri di là. Perché per loro i diritti si possono tranquillamente difendere da una tastiera o da uno schermo di smartphone, mica in piazza o in un circolo culturale a lottare tutti uniti...
  5. C’è poi una vexata quaestio: molti hanno comprato il libercolo del Vannacci non per spontanea curiosità intellettuale, ma perché attirati da una doppia strada, o quella dell’emulazione consenziente o quella del rispecchiamento emotivo (bias di conferma, in psicologia). In soldoni: strada 1, tutti comprano il libro perciò una volta giuntomi il passaparola cedo anch’io e vedo un po’ cosa dice così non mi faccio trovare scoperto se esce il discorso; strada 2, molti comprano il libro perché in fondo mi rispecchio nel sessismo o nella xenofobia dell’autore e voglio giocarci su, capendo fino a che punto può spingersi il mio ego violento, antiumanista e proditorio di lettore del nuovo ventennio. Sia che uno prenda la prima sia la seconda strada, i meccanismi alla base dimostrano ancora una volta l’incoercibile travolgenza dell’industria culturale esaminata da Horkheimer e Adorno: la fabbrica del consenso (Herman e Chomsky) impiantataci sotto pelle dai media continua a mietere vittime, e in questo caso le vittime siamo noi e le nostre coscienze mal amalgamate.
  6. Curioso poi che gli italiani, da sempre particolarmente allergici alla lettura, facciano schizzare in su le vendite del nostro autore controverso correndo in libreria – o magari, senza sforzo, prendendolo prima di arrivare alla cassa del supermercato – per la copia dell’ultimo grido. I dati più recenti restano questi: https://www.lastampa.it/cultura/2023/08/23/news/vannacci_primo_classifica_libri_piu_venduti_polemiche_amazon-13008810/ È il mercato editoriale, baby? Senz'altro, e non possiamo evitarcelo, ahinoi.
  7. Potevamo invece evitarci il solito fastidioso coro di rane nello stagno, visto che nel caso V. la politica ha abbondantemente sguazzato, a destra come a sinistra, fra i “veri patrioti sovranisti” e fra i “guru del pensiero radical chic”: tutte le chiacchiere su Vannacci e il suo pamphlet sono servite come specchietti per le allodole, armi di distrazione di massa per distogliere l’attenzione dei cittadini dai problemi reali e concreti di questo Paese: dall’inflazione galoppante al caro carburante, dal reddito di cittadinanza appena soppresso agli endemici problemi della disoccupazione, dal boom di sbarchi all’inverno demografico. Tutti problemi che i Governi di prima e il nostro carissimo attuale avrebbero dovuto risolvere in pochi mesi con la bacchetta magica nel taschino, e che invece giacciono come spinosi dossier nelle loro cartelle, e sui nostri orizzonti.
  8. In conclusione, non sprecheremo certo tempo e soldi nel comprare il libro di Vannacci per capire quanto odio e stupidità vi siano disseminati: ci è bastato qualche saggio pescato qua e là su Internet per farci un’idea sommaria. Preferiamo, di gran lunga, libri che abbiano un tantinello di succo letterario in più: vuoi mettere la bellezza di un Guerra e pace o di un Furore o anche un libro di poesie della Szymborska? Quello di Vannacci non vale neppure l’ultima tacca del loro IBSN; il suo è pure valore editoriale, vil pecunia, nient’altro, e a parte il portafoglio gonfio durerà l’espace d’un matin.
  9. Di certo, sarebbe bello vedere Tolstoj o Steinbeck parlare a tutti noi dentro un Mondo al contrario, ma contrario per davvero: un mondo in cui poeti e letterati tornino a far sentire la loro voce, togliendo spazio e visibilità agli esagitati del momento e ai neofiti del libero pensiero e dando finalmente ai mass media un po’ della libertà che, forse, non hanno mai avuto. La bellezza alberga lì; il resto sono «solo chiacchiere e distintivo», quelli di un generale che ha fatto l’errore di scrivere invece di tacere.