Ceccano... città dei giovani?

01 maggio 2023

di Filippo Cannizzo

“Siamo stanchi di diventare giovani seri,
⁠o contenti per forza, o criminali, o nevrotici:
⁠vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare
⁠qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare.
⁠Non vogliamo essere subito già così sicuri.
⁠Non vogliamo essere subito già così senza sogni.”[1]

È un pomeriggio tardo di una giornata di primavera in provincia di Frosinone, con un sole che non riscalda perché coperto dagli schiribizzi delle nuvole. Sono molto in anticipo per l’incontro e, per raggiungere Piazza XXV Luglio, mi perdo tra le strade della città che mi ospita. Serrande abbassate, cartelli con scritto “vendesi” oppure “chiuso per cessata attività”, pochi bar aperti, accompagnano il mio lento incedere verso la piazza principale di questo Comune. Non c’è nessuno in giro, in una normale giornata infrasettimanale della provincia italiana; un vecchio segnale stradale ormai arrugginito segnala la strada che sto percorrendo come il corso principale. Una distesa di macchine parcheggiate, anche sui marciapiedi, è l’unica presenza che incontro camminando per gran parte delle strade del centro. Arrivato in piazza, mentre aspetto l’arrivo di Flavio, Maria Laura e Adriano davanti a un palazzo storico che perde calcinacci alla minima folata di vento, un piccolo branco di cani randagi attira il mio sguardo, finché le loro zampe non diventano fantasmi per il mio orizzonte. Al bancone di uno dei pochi locali aperti che abbia incontrato in città, mentre bevo un caffè nero bollente osservato con circospezione da un paio di avventori, il mio sguardo si perde nel pensare all’argomento della discussione che avrà luogo a breve: il rapporto tra Ceccano e i giovani, le ragazze e i ragazzi che la abitano. Il mio pensare, quindi, incespica nell’arrivo di Adriano, poi di Maria Laura e Flavio. Ero un po' preoccupato di non essere in grado di stimolare la discussione e far parlare liberamente dei giovani ma le mie paure vengono diradate immediatamente da un dibattito che si accende spontaneamente per parlare di ansie e speranze, tra presente e futuro (con lampi di passato). Un’inquietudine profonda emerge prepotentemente dai loro discorsi, una parola viene ripetuta come un mantra: mancanza. Mancanza di luoghi di aggregazione. Mancanza di attività – siano esse culturali o ludiche – per i giovani. Mancanza di libertà (di movimento) a causa dell’assenza di mezzi di trasporto pubblici. Mancanza di un parco ben curato dove poter passeggiare e incontrare coetanei. Mancanza di attività commerciali al di fuori di un paio di locali e una fumetteria. Mancanza di ascolto da parte di associazioni e istituzioni. Mancanza di eventi musicali, teatrali, artistici, letterari. Mancanza di spazi per la cultura in tutte le sue possibili manifestazioni. Mancanza di stimoli esterni alla loro ristretta cerchia di coetanei. Mancanza di un corso cittadino o di un centro dove poter camminare liberamente a piedi. I loro dialoghi si perdono nei ricordi di quando erano bambini, e nei racconti di nonni o genitori... quando si viveva in una città in cui si respirava vita e speranza nel futuro. In un qualsiasi giorno come quello di oggi, dicono con una voce rotta dall’emozione, con un tono diverso da quello critico che avevo ascoltato fino a quel momento, che vogliono andare via da Ceccano. Via per un pomeriggio di musica o per una serata estiva o per un fine settimana al cinema, ma anche per sempre... Eppure, le loro parole trasudano amore per le strade, i castelli, il verde delle montagne che li avvolge, che vorrebbero vedere tornare a respirare mentre sentono solamente un grande affanno intorno. Gli anni a cavallo tra la fine della scuola o dell’università e l’inizio dell’esperienza lavorativa sono i più carichi di paure ma anche di sogni per dei giovani dai 14 ai 30 anni o più[2]. Si avverte anche in queste ragazze e in questi ragazzi che, accanto a tante assenze, dimora una fulgida volontà di proporre idee o progetti per il futuro di Ceccano. Per non essere costretti ad andare via per lavorare o vivere. Per poter scegliere se andare o restare. Mi commuove ascoltare nei loro discorsi l’attenzione che mostrano nei confronti di quello che servirebbe a questa città per far essere felici i bambini o i fragili, prima che per i giovani. Pensiamo che meraviglia se una di quelle tante serrande abbassate si alzasse e aprisse una libreria, una bottega artigianale, un laboratorio artistico, una sala prove. E che gioia sarebbe poter camminare liberamente in un centro senza macchine, fermandosi a chiacchierare con le amiche prima di entrare in un negozio di musica. Poter avere una biblioteca aperta con continuità, pure in orari fruibili da chi studia o lavora la mattina, pare impossibile. Non dovrebbe essere fantasia veder nascere un museo con i reperti rinvenuti nella zona in decenni di scavi, tenere aperto il castello tutti i giorni, avere un cartellone teatrale almeno stagionale nel teatro comunale. Sembra una chimera poter passare la domenica in una piscina comunale, passeggiando per la villa assaporando un buon gelato artigianale, tornando a casa per cena con un autobus. Mi accorgo che siamo andati ben oltre a un dialogo sui giovani, mi sono fatto trascinare dalla bellezza di queste idee per una città che guarda ai giovani come alla speranza in un altro futuro possibile – proprio quando i dati demografici recenti, per Ceccano ma non solo, parlano di un costante spopolamento, di un abbandono che colpisce quelle città di piccole, grandi o medie dimensioni che pensano solo ad amministrare l’esistente e non a immaginare il futuro[3]. Mentre ci salutiamo, mi balena alla mente una domanda che chiama all’impegno, una questione che dovrebbe scuotere dal torpore in cui in molti paiono assopiti, che dovrebbe interrogare ogni pensiero o gesto quotidiano, a Ceccano ma non solo: tornerà un giorno (vicino o lontano) in cui Flavio, Maria Laura, Adriano, le loro amiche e i loro amici, in cui ci saranno dei giovani che vorranno venire qui a passare la serata, il fine settimana, ovvero la vita?

Immagine - Ceccano... città dei giovani?

[1]Cit. P. P. Pasolini, Lettere Luterane, Garzanti, Milano, 2015 (prima edizione del 1976), p. 16.

[2]Cfr. Mario Desiati, Spatriati, Einaudi, Torino, 2021, pp. 63 – 98.

[3]Cfr. a cura di Andrea Membretti, Stefania Leone, Sabrina Lucatelli, Daniela Storti, Giulia Urso, Voglia di restare, Donzelli, Roma, 2022, pp. 34 – 51.