Crisi ed opportunità per un pensiero alternativo

24 agosto 2021

di Gianpiero Di Fiore

La creazione di uno spazio pubblico di ragionamento e dibattito per fare il punto o tentare  di fare il punto (con tutti i nostri limiti), sulla possibilità che esista ancora un pensiero alternativo all'ideologia globale del capitalismo, va salutata positivamente.

Insomma a che punto siamo dopo la sconfitta epocale del 1989?

Il “secolo breve” come ci ha ricordato un grande marxista è finito realmente con la scomparsa dell'Unione Sovietica e con quel tentativo chiamato “socialismo reale” di costruire un mondo diverso rispetto al sistema di organizzazione sociale definito liberal-capitalistico.

Immagine - Crisi ed opportunità per un pensiero alternativo

La Rivoluzione industriale nata in Europa ed esportata con violenza in tutto il mondo, ha avuto la sua classe rivoluzionaria: la borghesia, la sua ideologia: il liberalismo, il suo braccio armato: gli stati nazione,e non ultimo la cosa più importante: il denaro, mediante l'accumulazione di capitali costruita con tutti i mezzi e i modi possibili, dalle guerre allo schiavismo, dal colonialismo alle dittature, insomma un crescendo di orrori sparsi in tutto il mondo e di cui stiamo ancora capendo tutte le conseguenze che ha comportato.

Il movimento operaio, nato come necessità di difesa delle classi umili e lavoratrici ha compiuto un processo straordinario di crescita nel corso degli anni e dei secoli, definendo una propria ideologia, il “socialismo” ed è riuscito, con una lotta che ha avuto momenti terribili, a modificare e migliorare profondamente le organizzazioni di vita della popolazione.

La “lotta di classe” non è certo nata nel settecento, anzi come ha ben spiegato Marx, ha precedenti sparsi nel mondo e nel tempo, pensiamo soprattutto all'antica Roma, ma è indubbio che con il marxismo si è definito un sistema di pensiero e valori che attraverso la classe : i lavoratori dipendenti e le proprie organizzazioni: i partiti e i sindacati, c'è stata per circa 200 anni una reale alternativa al mondo dei “padroni”.

Una alternativa che dalla metà del novecento sembrava invincibile e aveva conquistato paesi enormi come Russia, Cina, metà Europa, luoghi simbolo come Vietnam e Cuba e si apprestava a governare in Italia, Francia, Spagna, persino gli Stati Uniti avevano un movimento fortissimo di contestazione interna; cosa è successo che ha portato a questa sconfitta rovinosa?

Per me, per due motivi essenzialmente, uno esterno e uno interno:

Innanzitutto una riorganizzazione profonda del capitalismo che ha abbandonato da un lato
l'organizzazione fordista del lavoro, basata sulla massa di lavoratori impiegati sia nelle fabbriche che negli uffici, per una organizzazione invece basata sul lavoro individuale e parcellizzato reso inoltre sempre più precario attraverso una legislazione specifica, in modo da spezzare la solidarietà e l'unità dei lavoratori stessi; dall'altro utilizzando lo sviluppo tecnologico, ha abbandonato il concetto dello stato-nazione per abbracciare invece il concetto del capitale globale e finanziario, che attraversa il mondo intero in tempo reale, cercando sempre e comunque il massimo profitto a scapito di tutto e tutti, in una guerra senza
prigionieri verso il mondo del lavoro ( non sto qui a ricordare una letteratura sterminata che ha ben analizzato questo processo). Insomma un eterno presente che si fa beffe degli stati, delle loro leggi, delle loro tradizioni di vita per imporre un unico modo di pensare.

Sul motivo interno ci sarebbe da scrivere libri interi, per brevità ne indico uno solo: l'assoluta incapacità dell'allora sistema a “socialismo reale” di una qualsiasi capacità riformatrice che venisse incontro alle mutate esigenze delle proprie popolazioni uscite da una guerra devastante e desiderose di nuovi diritti e bisogni; in questo c'è stato veramente un tradimento degli insegnamenti di Marx.

L'organizzazione poliziesca della società, una ferita ancora aperta, associata alla incapacità,
per investimenti sbagliati, ad essere competitivi a livello tecnologico al mondo occidentale, ha comportato una gravissima crisi economica ed ambientale (ricordiamo Chernobyl) che ha avuto la logica conseguenza della caduta di quel mondo, nonostante gli ultimi disperati tentativi di riformarlo.

Viene da chiedersi come mai l'unico grande paese rimasto “comunista”, la Cina, abbia assunto il capitalismo come modo di organizzazione economica (diventando la prima potenza mondiale) e mantenga un'organizzazione statale a partito unico con controllo poliziesco della popolazione, una contraddizione esplosiva per chi si pone il “problema dell'alternativa” .

Insomma è tutto finito? Come qualcuno ha scritto siamo arrivati alla fine della Storia?

Non lo penso assolutamente; la classe lavoratrice non è finita anzi è alla sua massima espansione, sparsa nel mondo sviluppato e non,  divisa e sconfitta ma non battuta definitivamente. I casi di lotte vittoriose sono quotidiani ma manca un filo conduttore che le unisca in un progetto comune e faccia sentire unita questa massa enorme di popolo una “classe”.

Sicuramente quello che non va sono le organizzazioni che li rappresentano, sindacati e partiti sono totalmente inadeguati, presi nelle loro beghe interne e dimentichi del ruolo che rappresentano; essi o sono asserviti ideologicamente all'idea dominante o sono dominati da un'estremismo inconcludente e fine a se stesso, almeno questo appare lo stato dell'arte nella maggior parte dei Paesi.

Dove la proposta politica si è sviluppata con intelligenza e innovazione e ci sono alcuni casi in questo senso: penso alla Spagna, alla Grecia, in alcuni settori della sinistra in Germania, Gran Bretagna e Francia fino al caso interessantissimo degli Stati Uniti che vede un dibattito “approfondito” sul marxismo, per non dimenticare l'America Latina portatrice sempre di nuove
proposte ed esperienze ( per esempio Porto Alegre) che portò ad inizio 2000 al movimento no-global; la situazione è migliore ma certamente non soddisfacente, ci sarebbe bisogno di più coraggio e più verità.

Solo così saremo in grado  di riprendere il filo del ragionamento e della proposta.