Elly Schlein attraverso i commenti di una giovane donna

30 luglio 2023

di Anna Boscaino

Ho scritto questo articolo qualche mese fa, su un treno intento a cavalcare rotaie che ormai mi sono particolarmente familiari.
⁠Il treno proveniente da Cassino e diretto a Roma Termini è in arrivo al binario due, allontanarsi dalla linea gialla.
⁠Ricordo perfino che giorno fosse, la mattina del primo maggio, e ricordo che ero arrabbiata. Ero arrabbiata mentre mi sedevo su un sedile, rigorosamente nella prima carrozza, mentre aprivo il portatile e mentre iniziavo a battere sui tasti.
⁠Mentre scrivevo frazionando la mia rabbia in ogni lettera, sentivo in testa una voce benpensante che mi rimproverava: perché ti arrabbi? È solo politica. Te la prendi troppo, ti importa troppo. Mi aveva quasi spinto a interrompere il flusso di parole.
⁠A nessuno interessa forse, forse è troppo violento, troppo rigido.
⁠Ma io mi sento sempre arrabbiata, mi sento arrabbiata scorrendo la home di quotidiani a volte superficiali a volte semplicemente straniati nel dover riportare notizie distopiche sull’orlo del comico, mi sento arrabbiata leggendo di una destra caricaturale e non per questo meno pericolosa o di una sinistra ormai ombra del proprio nome.
⁠Forse è perché sono giovane e non ancora disposta, a torto o a ragione, a credere in compromessi che mettano in discussione le fondamenta stesse delle proprie convinzioni.
⁠Forse perché reputo il conflitto una parte estremamente importante della vita politica: un conflitto costruttivo e corretto, ovviamente, ma pur sempre conflitto, lotta, discussione.
⁠Vorrei quindi proporre ugualmente, nonostante sia inesorabilmente invecchiato in questi pochi mesi, ciò che scrissi in quel vagone che, pur essendo basato su notizie stagionate, cerca di far quadrare delle conclusioni tristemente ben lontane da risultare anacronistiche.

Buona lettura.

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Nel panorama giornalistico popolato dal dibattito sulla pena di morte per un orso bruno in via d’estinzione, i festeggiamenti per l’auspicata vittoria del Napoli dopo 33 anni e qualche sporadico aggiornamento su una guerra ormai diventata mainstream, ancora in fermento per un venticinque aprile “caldo” e divisivo e un “Concertone” che alla vigilia della firma storica sull’abolizione del reddito di cittadinanza vanta tra i propri sponsor una delle piattaforme di delivery più malsanamente legate, nonostante la facciata etica, a precariato e sfruttamento, il 28 Aprile scoppia una bomba: Elly Schlein rilascia la propria intervista per Vogue sotto il titolo “Elly Schlein has done to Italian politics what Maneskin has done to Italian music”[1].

Ecco qui che, sotto il conto alla rovescia dei minuti che mancano al MET Gala e intervallato dal video di Kendall Jenner che spiega la propria Beauty Routine, la neo-eletta segretaria del Partito Democratico (la cui segreteria è composta, citando l’articolo stesso, da uno stesso numero di uomini e donne, nascondendo sotto un tappeto di quote rosa ben bilanciate il maschilismo ben infiltrato anche negli ambienti più di sinistra) si racconta: strategie per vincere dibattiti, come affrontare fallimenti, gusti cinematografici, gay Pride e personaggi famosi ammirati.

Ovviamente a saltare immediatamente all’occhio dell’opinione pubblica è stata la risposta della Schlein sul suo credere nel “power dressing”: la rivelazione di una leader di “sinistra” di avvalersi di una personal shopper e armocromista al “modico" prezzo di 400 euro l’ora ha fatto tremare Internet creando un ulteriore baratro tra la segretaria e un ceto popolare ancora privo di salario minimo di cui si autoproclama rappresentante. In un panorama politico sempre più simile ad un episodio speciale di “The Kardashians”[2] ci si concentra sull’apparenza, non accorgendosi che il tentativo di rendere un leader vicino al popolo tramite recensioni di serie TV e dettagli non richiesti sulla propria vita sentimentale e personale lo rende, in realtà, sempre più cieco ai problemi degli elettori.

Elly Schlein non si rende conto che, con le dovute differenze, è il prodotto dello stesso sentimento che ha portato Obama (per cui lei stessa ha lavorato e nomina nell’articolo) e Biden alla sedia presidenziale e che ha tenuto il PD al governo per lunghi anni diventando tutti figli della politica del “meno peggio” e di voti che non contengono più nessuna fiducia o amore nella classe dirigente che si nasconde dietro proposte tiepide di femminismo o diritti civili per poi abortirle una volta che vanno a prendere forma nel concreto, che si rifugia dietro un muro di pronomi, lessico e narrazioni immobilizzati dal terrore irrazionali di essere accostati a termini VERAMENTE divisivi come anticapitalismo o di sporcarsi le scarpe nelle piazze.

L’indignazione non deve essere indirizzata, quindi, verso l’outfit Armani della segretaria di una “sinistra” che ha, tuttora, dei seri problemi con l’immagine femminile e femminista bensì sul fatto che protagonisti di passerelle coreografie ad arte per farsi cogliere nei momenti più fotogenici, nel luogo e al momento giusto, per poi passare a sorridere al prossimo obiettivo e, soprattutto, coloro che con qualsiasi mezzo (giornali ma i “neonati” fruitori dei social) si sentono in diritto di costruire, mattoncino dopo mattoncino, una politica di plastica, di immagine, di Barbie e Ken, col terrore di definizioni e prese di posizioni, che si sappia riconoscere solo in tiepide negazioni e che, nel tentativo di rendersi alla portata di tutti sbarcando su Tik Tok o scrivendo qualche tweet sulla serie di tendenza, non fa che allontanarsi dagli elettori scrivendosi un copione sempre più difficile da recitare quotidianamente facendo diventare i partiti “l’ombra del proprio nome”, carcasse alla mercé del populismo.

[1] Elly Schrein ha fatto alla politica italiana ciò che i Maneskin hanno fatto alla Musca italiana

[2] Programma televisivo incentrato sulla vita personale e professionale di una delle famiglie multimilionarie più in vista degli USA