Unità a sinistra ovvero “eterogenesi dei fini”

28 giugno 2023

di Gino de Matteo

La scelta di aggiungere nel titolo, virgolettata, una citazione del principio formulato da Wundt (1), secondo il quale “i fini realizzati dalla storia non sono il compimento delle volontà umane, ma la risultante del rapporto o contrasto fra le intenzioni degli uomini e le condizioni oggettive”, nasce dalla necessità di avviare una più articolata riflessione sulle tematiche relative al “mito” della Unità a sinistra che tormenta il popolo della sinistra e fare i conti col fatto che, quel mito, non è mai riuscito a superare la prova dei fatti e tradursi in forme organizzate concrete e stabili.

⁠Che la democrazia parlamentare sia in stato comatoso lo ha confermato l’ultimo e più recente appuntamento elettorale: l’astensionismo ha oramai raggiunto la soglia del 60%. E la sinistra con l’aria progressista ha dovuto registrare una considerevole caduta dei consensi. Un risultato che ha causato diffusi maldipancia nei gruppi dirigenti di opposizione e di alternativa insieme ai tanti commentatori politici. Anche in questa occasione la polemica sulla comprensione delle ragioni sottostanti a quel risultato non ha dato apprezzabili esiti, segno che vi sono ragioni ben più articolate, con cui la sinistra nel suo complesso, o quel poco che ancora esiste e resite del popolo di sinistra, dovrebbe cimentarsi.
⁠Un serio approccio per la comprensione del “sommarsi delle conseguenze e degli effetti secondari dell’agire” suggerirebbe di non cedere alla reiterata retorica dei limiti individuali e psicotici dei gruppi dirigenti.

⁠Nel 2008, per la sinistra alternativa e ambientalista che non si riconosceva nella strategia e pratica politica del PD di Veltroni, ci fu il primo e più rilevante tentativo di unità a sinistra. Alle elezioni parlamentari di quell’anno, il Prc di Bertinotti e il Pcdi di Diliberto, i Verdi di Pecoraro Scanio e Sinistra democratica di Mussi, diedero vita alla Sinistra Arcobaleno. Lista che, secondo le più accorsate previsioni, poteva contare su un pacchetto di voti pari al 12%. Dalle urne venne fuori un risicato 3,1% molto al di sotto dello sbarramento del 4% e dunque senza rappresentanti in Parlamento.
⁠Un soluzione perdente insomma a cui si sono aggiunte nel tempo altre iniziative, lo stesso copione analogo il risultato. Il dato comune al tentativo del 2008 è stato che ogni unificazione era frutto di decisioni dei gruppi dirigenti.
⁠Purtroppo i gruppi dirigenti e la quasi totalità del corpo militante, si sono esibiti in laceranti scontri “politici”, mostrando di non possedere la capacità di guardare con “sguardo lungo” ad una crisi politica ben più profonda e che ancora aspetta d’essere affrontata.
⁠I gruppi dirigenti, allora come ora, puntavano con entusiasmo unitario al rafforzamento della propria pattuglia di parlamentari. Un’idea che si fondava sulla condivisa subordinazione alla politica istituzionale.

Immagine - Unità a sinistra ovvero “eterogenesi dei fini”

Era ed è una speranza pur valida ma che si scontra con la realtà dell’onda sovranista che di elezioni in elezioni ha raggiunto una forza parlamentare che le consente ora di governare.
⁠Il popolo di sinistra elettoralmente sconfitto ed umanamente disorientato ancora si ritrovava imbrigliato in pseudo diagnosi psichico genetiche sulla “la litigiosità presente nel DNA della sinistra”, “la mancanza di maturità politica della sinistra alternativa”, il “troppo protagonismo dei gruppi dirigenti” per fare alcuni esempi. Nessuno ha mai riflettuto che quel risultato fosse l’effetto collaterale di «processi di unificazione che sempre elettorali, ma mai legati alla dimensione sociale e alla politica tra una elezione e l’altra. Mai orientati a una campagna sociale, quale essa sia, mai espressione di una solidarietà ritrovata nel basso dell’agone politico per poi essere trasferita nel momento della rappresentanza» (2).

Ogni tanto emerge come un sospiro di speranza che alla sinistra manca un “strategia” ma non più di questo. Urge cambiare registro e proviamo a farlo iniziando col dare una definizione di politica istituzionale: l’insieme delle procedure attive e passive inerenti al rapporto con le istanze rappresentative del nostro sistema politico. E a quelle istanze cosiddette democratiche la maggioranza degli elettori ha mostrato di non voler più dare fiducia.

Che la democrazia parlamentare, per la nostra Costituzione, base della vita politica nel paese e non solo, sia in stato comatoso dovrebbe esser un dato di fatto.
⁠Tanto è vero che la quasi totalità dei decisori politici ed economici, dell’occidente e dell’oriente capitalistico si cimentano nel progettare le misura più diverse per porvi rimedio. C’è chi prova ad addomesticare il processo inflattivo che sta impoverendo oltremodo milioni di famiglie; chi opta per l’uso spregiudicato di bonus temporanei più o meno estesi per evitare moti di ribellione popolare, sempre più frequenti e diffusi; o chi, forte della disperazione degli elettori più colpiti che hanno loro regalato consensi imprevisti, prova a lanciarsi in una improbabile rievocazione del passato riproponendo “Dio, Patria e Famiglia” con il corollario di aggressione sistematica dei “nulla facenti” scoperti tra poveri, migranti, donne e Lgbt e frequentatori di Rave passando, e non lo si vuol dare per scontato, per le misure giustificate dal Covid ed ora dal perdurare della guerra in Ucraina (3). Tutte misure che nelle intenzioni dei governi puntano a disinnescare il diffuso malessere che rischia di trasformarsi in aperta ribellione.

Sono scelte che se danno ragione del clima di sofferenza che attanaglia le masse popolari non sollecitano una sufficiente autonoma disponibilità alla ribellione.
⁠È in questo intrecciarsi di condizioni e crisi che, lentamente, si fa strada l’idea della ricostituzione della “coscienza di classe” oramai svanita. Un richiamo che dovrebbe indurre ad una rivisitazione critica di quel concetto visto che a causa della profonda trasformazione dell’organizzazione del lavoro, della rapina del tempo liberato ad uso e consumo del profitto, quella Classe, così come conosciuta nel novecento è divenuta tutt’altra cosa perché spalmata in miriadi di componenti, organizzative, territoriali, sociali e culturali che non consentono la individuazione di un baricentro ideale su cui far leva per la definizione di una strategia per la conquista del sol dell’avvenire che ha reso possibile pensare e sviluppare le grandi esperienze rivoluzionarie del secolo passato.

Per buona pace dei buontemponi delusi e frustrati sempre pronti a sbizzarrirsi in commenti sarcastici e cinici va precisato che non stiamo provando a rilanciare l’idea della rivoluzione comunista nel pianeta. Stiamo molto più modestamente provando a rimettere sul tavolo della nostra comune ricerca i temi che son diventati i parametri fondativi delle nostre inefficaci pratiche di opposizione all’onda restauratrice che inebetisce le nostre azioni politiche e rende vani ogni tentativo di ricostituire, almeno sul piano delle rappresentanze istituzionali, la nostra capacità di incidere sullo stato di cose presente.

Che fare allora? Provare a cambiare registro si diceva sopra e lo si può fare riconoscendo l’urgenza di ricostruire nell’immediato e nelle comunità di riferimento quel clima di solidarietà collettiva che è venuto a mancare da oramai un ventennio. Non si tratta di educare le masse al voto a sinistra, piuttosto di sviluppare proposte immediate per dare risposte ai bisogni più urgenti che minano nel profondo la speranza di vita migliore nell’immediato futuro della gran massa degli esclusi. Oramai sono all’ordine del giorno la sfilza di dati che ne descrivono l’entità e l’estensione del numero dei soggetti a rischio di esclusione dalla vita sociale ed economica delle nostre comunità. In queste condizioni c’è poco da fare. Chi vuole provare ad arrivare alla fine del mese deve darsi da fare, anche con il lavoro nero, se licenziato, o a decidere di non curarsi se vuole mangiare.
⁠Ma sono cose risapute oramai eppure passi avanti non se ne fanno. A fronte di una vaga consapevolezza della necessità di ricostruire una coscienza di classe, si preferisce rimanere nel vago e dunque nell’inazione. I partiti sedicenti di sinistra, le opposizioni progressiste alla virulenza delle forze sovraniste, piuttosto che dedicare cuore e cervello alla ricostruzione sociale sia in termini di recupero della solidarietà diffusa, sia in termini di ricostruzione di una soggettività ampia capace di riportare all’unità la moltitudine di individualità desideranti, si perdono in incomprensibili manovre tattiche illudendosi di recuperare consensi persi.
⁠Quel popolo di sinistra che nel secolo scorso fu immaginato come punto di riferimento delle strategie e tattiche volta alla conquista del potere non esiste più e da tempo.
⁠Va ricostruito come va ricostruita la sinistra nel suo complesso. Quel corpo militante che andava elaborando e diffondendo idee di libertà e proposte di liberazione materiale tra le comunità, in fabbrica e nei quartieri polari non c’è più. Si limita a dispensare like e pollici alzati nelle chat e nelle piattaforme social.

A scanso di equivoci va chiarito che non stiamo qui a predicare una ricerca sulle possibilità di una rivoluzione planetaria. Molto più modestamente vogliamo aprire un filone di ricerca per rilanciare una pratica politica volta, finalmente, ad intercettare le domande ancora per molti versi inespresse che sono sottostanti alla dichiarata sfiducia delle masse popolari cittadine nei cosiddetti politici che sanno di stantio. A Ceccano come nel resto della provincia dobbiamo ricominciare ad interrogare quelle masse sulla città che vogliono, sulla qualità della vita a cui aspirano, sia dal punto di vista sociale che materiale.

Lasciamo nelle anticaglie della storia i tifosi degli accordi tra gruppi dirigenti e mettiamoci di buona lena a lanciare nella città campagne di mobilitazione per ricostruire passo dopo passo il soggetto del cambiamento. La pratica degli accordicchi antichi tra dirigenti ha fallito come è fallito, e non ci interessa qui di aprire un qualche contenzioso sulle responsabilità. Rimbocchiamoci le maniche e ritorniamo alla più umana e corretta pratica politica della ricostruzione del “noi” da contrapporre al “loro” ed riapriamo le strade alla speranza in un futuro di solidarietà e democrazia reale. Le idee ci stanno, il nuovo avanza ed è qui tra noi. Basta riconoscerlo e con esso unirsi per davvero per essere per davvero utili alle nostre comunità di riferimento.

1 Autore fra l’altro, dei "Fondamenti di psicologia fisiologica", prima opera sistematica della psicologia scientifica moderna.

2 Mito dell’unità a sinistra, di Salvatore Cannavò, direttore editoriale di Edizione Allegre; https://jacobinitalia.it/il-mito-dellunita-a-sinistra

3 L’approvazione da parte del Parlamento europeo del piano per incrementare la produzione di armi consentendo ai Paesi membri di utilizzare parte i fondi del Next Generation EU, che denuncia Sandro Mezzadra “mostra quanto in profondità il regime di guerra sia penetrato all’interno delle istituzioni e delle società europee”; Sandro Mezzadra, Il regime di guerra in Europa, Editoriale in www.euronomade.info