CECCANO, amica fragile

13 agosto 2023

di Filippo Cannizzo

“Perché fiorire si può e si deve, anche in mezzo al deserto, perché se le cose fragili come un fiore di ginestra lo sanno fare, anche noi siamo chiamati a fare altrettanto”[1]

Caracollando sulla stradina, una ragazza si appoggia sulla stampella che la sorregge ormai da qualche tempo, cercando con lo sguardo uno scivolo che la aiuti a raggiungere l’unico bagno pubblico disponibile.

Non lo vede. Non c’è. Qualcuno, camminandole accanto, guarda e passa. Dopo un po', un anziano signore con uno zaino a tracolla le chiede se abbia bisogno di aiuto e, prendendola sotto braccio, la aiuta a fare il gradino. Salutando e ringraziando calorosamente il signore per averla sostenuta, la ragazza prende a muoversi lentamente per entrare nel bagno. E pensa. Pensa di essere fortunata perché dovrà convivere con questa disabilità solo per altri pochi mesi. Pensa a chi vive con una qualsiasi forma di fragilità per una vita intera o per gran parte di essa. Pensa che, in qualsiasi città, l’accessibilità dovrebbe essere garantita a tutte le persone: anche chi ha una ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale (momentanea o permanente) deve poter fruire degli spazi in sicurezza e autonomia, deve poter accedere a spazi e servizi. Infatti, le città sono centri di socialità dove le persone vivono e interagiscono tra di loro e per questo è necessario che siano accessibili a tutte e tutti in un’ottica di pari opportunità. Constatando, purtroppo, che il bagno è inagibile, la ragazza continua a riflettere, provando a immaginare una città accessibile. Perché l’accessibilità comprende l’intervento su percorsi, collegamenti e posteggi, ma anche ingressi, servizi sanitari, uffici pubblici, luoghi di lavoro o d’istruzione o di svago e trasporti; perché una città è accessibile quando una persona fragile viene messa in grado di raggiungere luoghi di interesse pubblico e privato in autonomia. Una città in cui tutte le fragilità, pure quelle psicologiche, psichiatriche, emotive o relazionali, vengano accolte e non trascurate, affrontate e non ignorate, con interventi specifici messi in atto per le diverse età in cui si presentano e prestando particolare attenzione ai giovani. Tuttavia, ora deve cercare un locale pubblico con un bagno attrezzato. Continua, quindi, l’odissea quotidiana che la accompagna ormai da alcuni mesi, quella di una città che è tutt’altro che accessibile. Aperta, inclusiva, agibile: questa è la città che ognuno dovrebbe poter vivere. Una città accessibile è dotata di marciapiedi non troppo alti e abbastanza larghi, serviti da rampe non troppo pendenti, con ingressi accessibili alla stazione e ai mezzi di trasporto pubblici, in cui sono presenti sistemi di trasporto dedicati come taxi accessibili, in cui le porte di tutti gli edifici devono essere abbastanza larghe e in alternativa alle scale devono essere posizionati degli ascensori; i banconi di uno sportello, uffici postali o banche, devono essere a misura di tutti; i servizi sanitari dei luoghi pubblici devono essere raggiungibili ed attrezzati per persone con diverse fragilità, lungo i percorsi cittadini e gli attraversamenti pedonali devono essere presenti indicazioni luminose e sonore, ma anche una segnaletica scritta in linguaggio braille e la presenza di aree multisensoriali[2].

Immagine - CECCANO, amica fragile

Proprio quella che non è la città in cui vive. Dirigendosi con molta difficoltà in direzione del bar più vicino, tra radici nel cemento, attraversamenti pedonali inservibili, marciapiedi sconnessi e senza scivoli, la giovane passa attraverso il parco limitrofo al locale che ha individuato. Nota che è presente una sola attività di gioco inclusivo ma è immersa nel fango e con le maniglie d’accesso divelte, tale da risultare inaccessibile a chiunque. Eppure, ogni comune dovrebbe dotarsi di almeno un’area gioco inclusiva, uno spazio dove tutti i bambini possano giocare, muoversi e divertirsi in sicurezza interagendo tra loro indipendentemente dalle proprie abilità motorie o cognitive. Tra l’altro, dagli avvisi presenti al cancello d’ingresso, scopre che questo parco si trova in una zona del territorio comunale individuata come ad alto rischio idrogeologico. Fragile. Ma adesso non ha tempo di pensarci, perché è giunta finalmente nel bar.
⁠Però, in attesa del suo turno per usare il bagno, la ragazza conversa con un uomo in fila con lei, parlandogli delle difficoltà incontrate nel trovare dei servizi igenici fruibili per una persona nella sua condizione. Dialogando brevemente, la cosa che le salta alla mente mentre racconta le peripezie della sua giornata, è che il concetto di città accessibile non ha a che fare semplicemente con le fragilità ma è un progetto di integrazione della società, dove tutti i componenti possano vivere e godere degli spazi comuni.
⁠E che non sono solamente le amministrazioni gli unici soggetti responsabili delle politiche di accessibilità urbana e architettonica, bensì un ruolo attivo devono averlo i cittadini, soprattutto coloro che gestiscono attività come bar, alberghi, ristoranti, esercizi commerciali – le cui porte dovrebbero essere abbastanza grandi da rendere accessibile l’ingresso a chiunque oppure non presentare gradini o rampe di scale oppure, in loro presenza, dovrebbero esserci ascensori e montascale che permettano a tutti di passare da un piano all’altro del locale; lo stesso dovrebbe valere per i luoghi di cultura, come scuole, teatri o musei, che dovrebbero essere progettati con un’attenzione particolare perché possano accogliere qualsiasi persona, così come per qualsiasi tipo di iniziativa pubblica o manifestazione organizzata si deve essere preparati ad accogliere anche delle persone con disabilità e con qualsiasi tipo di fragilità[3]. Congedandosi dal suo interlocutore, le rimane l’idea che una città accessibile sia una città più vivibile per tutte e tutti. Una città in cui tutte e tutti siano cittadine e cittadini con pari diritti e opportunità, in cui ogni persona possa vivere la propria vita in autonomia e libertà, in cui l’accessibilità diventi strumento concreto di inclusione della persona, della collettività e della qualità urbana. Ripensare la città in termini di accessibilità, allora, significa includere nel progetto amministrativo la valorizzazione del bene comune in un ottica che guardi al benessere dei cittadini, all’integrazione e alla coesione sociale. Perchè accessibilità non è semplicemente accesso, ma soprattutto partecipazione al processo di autodeterminazione di tutti i cittadini di una città e di tutte le persone che saltuariamente o quotidianamente la attraversano; perciò, è indispensabile rivedere le attuali politiche e pratiche per l’inclusione delle persone fragili nel contesto urbano, affrontando le sfide future e presenti per rendere lo sviluppo urbano più accessibile e inclusivo, al di là di ogni barriera sensoriale, fisica, percettiva, intellettiva, culturale, sociale, economica, sanitaria, di genere.

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[1]Cit. Giacomo Leopardi, Zibaldone, Mondadori, Milano, 1986 (prima edizione del 1900), p. 1067.

[2]Cfr. World report on disability, redatto da World Health Organization per la prima volta nel 2011 e ora consultabile al sito web: https://www.who.int/publications/i/item/9789241564182

[3]L'accessibilità in Italia si fonda sulla Costituzione, anche se la normativa che disciplina l'accessibilità e l'abbattimento delle barriere architettoniche è la Legge 13/89 (il cui testo aggiornato è disponibile sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana al link: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1989/06/23/089G2547/sg), che stabilisce i termini e le modalità in cui deve essere garantita l'accessibilità ai vari ambienti, mentre il Decreto Ministreriale 236/89(consultabile sulla Gazzetta Ufficiale al link: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1989/06/23/089G0298/sg), attuativo della Legge in questione e in cui sono iscritte le regole per attuarla, è molto più preciso nell'identificazione di termini e concetti in materia.